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Ivan Amato, team manager della nuova seniores

06 ottobre 2018

Intervista a Ivan Amato, team manager della seniores

di Matteo Liguori

 Ivan, chiunque legga di te, team manager, si domanda certamente che cosa questo nome voglia dire: può essere tradotto con l’italiano "organizzatore”?
Sì, ma sotto la parola "organizzatore” si annidano una miriade di compiti; se vuoi, se i giocatori sono grandi, fai loro da balia, da cane da guardia: sei un po’ l’ufficiale di collegamento tra il campo, gli allenatori, e le necessità dei giocatori; gli allenatori hanno un loro programma da compiere, i giocatori ne hanno un altro e a sua volta la società ha i suoi obiettivi da perseguire. Il tema manager si deve quindi occupare un po’ di tutto, dalle maglie, alle attrezzature, tutto ciò che serva a garantire il migliore funzionamento della società.

Come hai conosciuto Rugby San Donato 1981?
Rugby San Donato 1981 è una associazione che conosco già da anni, che ho incontrato varie volte sul campo, militando io in altre squadre. Poi Jacopo Malacart è stato un mio giocatore nella Grande Milano: tutto sommato il rugby milanese è piccolo e ci si conosce.

Quali sono le prospettive della seniores?
Per come la vedo io, questo è un anno di partenza: questa realtà di rugby seniores fino all’anno scorso non esisteva, e spesso chi usciva dalla under 18 andava a giocare in altre associazioni. È un anno di partenza in cui sarà importante dare visibilità a questa squadra per poi costruire un progetto che porti più avanti. I risultati comunque verranno, perché il gruppo c’è e c’è la volontà, i mattoni giusti per cominciare un buon cammino.

E il rugby come l’hai conosciuto?
Ho sempre praticato sport agonistico; una decina di anni fa, a otto anni, mio figlio si è avvicinato al rugby; amore a prima vista, per lui ed anche per me. Così ho iniziato ad interessarmi a questo mondo, prima dando una mano ai terzi tempi, poi entrando sempre di più nella macchina organizzativa.

A proposito, qual è secondo te il compito del genitore di un atleta?
Un genitore deve avere la pazienza, soprattutto quando il figlio è piccolo, di capire che l’unico diritto del bambino è divertirsi, senza l’assillo della prestazione, perché deve stare bene. Il rugby è uno sport che insegna il rispetto del gruppo: molti bambini timidi e introversi trovano qui la loro dimensione, si trovano bene con altri ragazzi che li accettano per quello che sono. È questo che il genitore deve capire e rispettare. Poi è anche chiaro che qualunque società di rugby, senza l’apporto dei genitori nella parte organizzativa, non è niente: esiste una parte di convivialità che deve coinvolgere sempre le famiglie. Per fortuna, in questa società il senso della comunità è molto forte, anche tra gli stessi genitori.

E il compito dell’accompagnatore?
Noi dobbiamo dare sostegno al ragazzo, sul campo e fuori, dobbiamo aiutarlo e capirlo, notare i cambiamenti del suo stato d’animo: spesso sul campo si vedono cose che fuori non si notano. Quelle che abbiamo di fronte sono persone, non numeri, e meritano, quando serva, tutto il nostro interesse: sul campo, il giocatore è più portato a parlare a ruota libera, perché ciò che viene detto qui, qui rimane. Se il genitore rispetta questo spazio, in cambio ne ha il miglioramento e la maturazione del figlio. Tuttavia reputo che l’educazione del ragazzo o del bambino non debba essere del tutto delegata allo sport: la funzione del campo è integrativa rispetto a quella del genitore. E un allenatore, piuttosto che un accompagnatore, non può in due ore sistemare ciò che non è stato fatto prima. 

Quali problematiche incontra oggi il mondo del rugby?
Il rugby oggi conta troppi pochi campi. Le società ci sono, ma oltre a un certo livello, i ragazzi iniziano a diminuire. In zone difficili, il rugby potrebbe fare molto. La diffusione di questo sport in maniera più pubblica e capillare, come in Galles, potrebbe fare gran bene, ai bambini soprattutto: bisogna creare le possibilità per una loro corretta maturazione, ovunque.

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